Vite virtuali

Il riconoscimento della presenza tangibile della nostra persona è l’unica vera e grande forma di consapevolezza della nostra esistenza. Cose e situazioni, artificiali e anestetizzanti, che ci alienano dalla nostra fisicità, ci circondando in quanto parti integranti della quotidianità moderna, compromettendo le modalità con cui possiamo rimanere ancorati al presente e vivere pienamente l’unicità del nostro continuo divenire.

La progressiva intellettualizzazione del lavoro e l’uso massiccio delle interfacce digitali stanno forgiando una nuova neuro-società, un esercito di individui persi nei flussi del pensiero e sempre più distanti dal mondo reale.

Dal lavoro alla vita privata, la digitalizzazione delle relazioni e dell’industria ci ha condotto ad una sempre più profonda virtualizzazione del vivere, liquefacendo una moltitudine di dogmi, paradigmi o di semplici riferimenti che fungevano da ancoraggio al reale flusso della vita. Oltre a ciò, la profonda trasformazione che la globalizzazione ha prodotto sulle comunità, a partire dal concetto stesso di popolo, fino allo smantellamento del tessuto sociale a livello locale con la perdita delle opportunità collettive di aggregazione e condivisione vis a vis, ci consegna un essere umano sempre più auto-percepito come una monade apolide sballottata dalle pressanti sollecitudini e aspettative del mondo idealizzato dai media.

Incapace di riconoscersi e appartenersi, l’uomo del mondo nuovo è una entità evanescente che non riesce a vivere la realtà, costantemente desincronizzato dal qui ed ora, sopravvivente alla sua stessa vita, dissolto nel tempo e nello spazio. Recupera la sua identità attraverso maschere e dignità digitali, nel virtuale ed infinito spazio del web, partecipando al mondo attraverso la sua postazione al computer e stabilendo rapporti mediati principalmente dai dispositivi digitali.

La rappresentazione concreta e più patologica di queste “speculazioni”, sta negli attuali fenomeni NEET (Not in Education, Employment or Training) e Hikikomori, oramai arrivati anche in Italia a numeri preoccupanti. Adolescenti reclusi nelle proprie stanze davanti al computer e arresi ad un mondo che, nel momento più fragile e critico della loro crescita, non sa più fornirgli dei solidi veicoli e sicuri modelli valoriali di affermazione del loro essere nella realtà.

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